Contraffazione: nuovo volto dell’economia o indice di superficialità?
Dagli anni ’70 ad oggi il fenomeno della contraffazione è passato dalla dimensione artigianale a quella industrializzata. Dalla modesta produzione di beni e servizi siamo giunti all’imitazione e alla commercializzazione su larga scala di qualsiasi prodotto “di marca”.
Gli studiosi del settore hanno evidenziato il fatto che il mercato dei falsi si avvalga di imprese con modelli organizzativi a rete, che vengono incontro sia alle esigenze di specializzazione e flessibilità, sia alla necessità di una dispersione operativa tale da rendere vano qualsiasi tentativo di interruzione del processo produttivo, o distributivo, da parte delle autorità competenti. Non è un caso se la rete di vendita spazi dal commercio di bottega a quello elettronico.
Non serve conoscere i dati OCSE, secondo i quali la contraffazione rappresenta circa il 10% del commercio mondiale, per rendersi conto che siamo di fronte ad un business particolarmente dannoso per i paesi consumatori, quantificabile principalmente in termini di mancate vendite ed evasione fiscale, con effetti su investimenti e livelli occupazionali.
Udite udite… sempre secondo le stime il 35% della produzione di tarocchi (non mi riferisco alle arance) avviene nel bacino del Mediterraneo, e l’Italia è al primo posto tra i paesi consumatori!
Giusto per fare un esempio, secondo la stampa locale, solo nel palermitano, nel corso di quest’anno, le forze dell’ordine hanno sequestrato circa 12.000 articoli fasulli e denunciato una cinquantina di persone, quasi tutte extracomunitarie.
A questo punto verrebbe da chiedersi come sia possibile una vera lotta alla contraffazione se molti consumatori, a parità di prezzo, preferiscono le false griffe a qualsiasi altro prodotto di qualità identica o superiore. In altre parole: meglio colpire produttori e distributori o educare i consumatori?
Dal mio punto di vista l’operazione di contrasto è ineluttabile, anzi dovrebbe estendersi (ove possibile) oltre i confini nazionali, ma bisognerebbe anche pensare a questo fenomeno come un campanello d’allarme sociale.
Dietro la corsa al prodotto firmato spesso si nasconde una risposta agli squilibri edonistici della vita di oggi: tutti sanno che tra gli adolescenti si può essere discriminati se non s’indossa il jeans o la polo di grido ma a pochi importa, anche se si tratta dei propri figli.
Nonostante viviamo nel paese degli eterni Peter Pan, forse è ora che i più maturi insegnino agli altri l’importanza dell’essere rispetto all’apparire.
- blog di Alessandro Arcobasso
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